(13.6.20) Changemaker? Il futuro industrioso dell’economia digitale. Un saggio sul desiderio di cambiamento

13 Giu, 2020

(13.6.2020) E’ appena uscito un libro che c’incuriosisce non poco. S’intitola “Changemaker? Il futuro industrioso dell’economia digitale” (Luca Sossella editore, a cura di cheFare), con testi di Adam Arvidsson di cui riprendiamo da CheFare un estratto. Tratta del desiderio generale di cambiamento, un desiderio che come rivela l’etimo della parola sottende mancanza ( di stelle, dal latino “de sideris”) e in quanto mancanza induce un’energia generativa nel cercare soluzioni, migrando e sperimentando. Vi si affronta l’impatto delle tecnologie digitali e del futuro del capitalismo, analizzando le origini del capitalismo stesso. Eppure non è più tempo di rivoluzioni, il futuro è scaduto. Per comprendere i cambiamenti in atto Arvidsson ci conduce in uno sguardo all’indietro, in quell’Europa del XVI secolo improntata dalla modernità industriosa protestante. Oggi, in questa fase terribile in cui le diseguaglianze si stanno accentuando, la divaricazione tra garantiti e non-garantiti si fa sempre più insostenibile (tanto più in questa contingenza pandemica). Ampie fasce di classe creativa si trovano invischiate in una congerie di bullshit jobs (“lavori di merda”) ed illusorie opportunità parziali offerte dal capitalismo delle piattaforme che stanno scandendo la gig economy. Per “gig” s’intendono i “lavoretti” espressi dall’affitto temporaneo di camere (Airbnb), competenze freelance per realizzare app, siti web, contenuti un tanto al chilo (Upwork, Fivver, Melascrivi,…), trasporti privati alternativi ai taxi (Uber), consegne a domicilio (Deliveroo, Foodora…). A fronte di queste contraddizioni insorge la necessità d’inventare nuove prassi e opportunità di lavoro creativo e indipendente, magari rivolte all’innovazione sociale come il Changemaking su cui anni fa si realizzarono iniziative di carattere strategico, ispirate ad uno dei motti che c’ispirano di più: “Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta” (Richard Buckminster Fuller ).

I nostri tempi sono contrassegnati da un pessimismo dell’intelligenza e un ottimismo della volontà, per riprendere un vecchio adagio di gramsciana memoria. Il nostro pessimismo intellettuale si manifesta nel fatto che nessuno sembra avere un’alternativa seria alla difficile situazione in cui ci troviamo, eppure il nostro cocciuto ottimismo fa sì che, nonostante l’assenza di alternative, continui a esserci un desiderio generale di cambiamento. Cambiare il mondo è diventata la parola d’ordine di una nuova generazione.

Lavoratori della conoscenza con formazione universitaria investono molto lavoro in start-up e imprese sociali e si dedicano a progetti di peer production e a nuove crypto venture nella speranza di avere un impatto che vada oltre la prospettiva, spesso sfuggente, di un guadagno economico. E anche se lavorano nel settore d’impresa, la speranza è che i loro sforzi contribuiranno a determinare una qualche trasformazione generale.

Da contesti del tutto insinceri (quando il desiderio di cambiamento viene fatto proprio dagli slogan di imprese i cui obiettivi sono tutt’altro che progressisti), passando poi per manifestazioni alle volte assurde (come i Post-it workshop), e fino ad arrivare al duro lavoro onesto e sincero di molti, essere un changemaker è diventata un’aspirazione comune.

Chiaramente, il mondo ha bisogno di un cambiamento. Praticamente tutti gli osservatori più seri sono concordi nel dire che, se continuiamo così, ci si prospetta un futuro davvero tetro. Ma come va cambiato il mondo?

In parte, la difficoltà nell’immaginare una direzione per il cambiamento deriva da una colonizzazione pressoché completa dell’immaginario da parte della cultura commerciale e dal concomitante declino della politica e di quella che una volta veninva definita come ‘sfera pubblica’. una condizione che Mark Fisher ha definito in termini di “realismo capitalista”.

Un’altra motivazione sta nella natura radicale della crisi ecologica in arrivo: questa è, infatti, una vera e propria singolarità nel senso più autentico del termine, un fattore su cui non è più possibile fare previsioni e oltre al quale siamo incapaci di guardare.

Tuttavia, un altro motivo per cui non riusciamo a immaginare un futuro diverso potrebbe stare nel fatto che i tempi sono ancora prematuri. Il desiderio di cambiare il mondo senza sapere esattamente come non è una condizione storica nuova. Piuttosto, è una caratteristica di quella che io definisco come la modernità industriosa, ossia un tipo di esperienza moderna che è già esistita in passato e che accompagnò la transizione verso il capitalismo industriale in Occidente (e, probabilmente, interessò anche altre parti del mondo preindustriale).

La modernità industriosa è stata l’esperienza alla base di quel lungo XVI secolo in Europa (e, per certi versi, della rivoluzione commerciale del Medioevo che lo ha preceduto) che interessò non solo un’emergente società civile urbana organizzata in corporazioni e confraternite e costruita attorno a nuove idee di giustizia e libertà ma anche la “moltitudine” di soldati, marinai, mendicanti, detenuti e altri emarginati di un ordine feudale in fase di sgretolamento che, assieme ai nuovi commoner, sfidarono nozioni radicate di gerarchia e privilegio.

A cominciare dalle guerre dei contadini nella Germania del XVI secolo, i protestanti riunirono queste diverse esperienze in un movimento comune per il “cambiamento” che finì per dominare la scena politica emergente dell’Europa settentrionale e degli Stati Uniti coloniali. Secondo Max Weber, i protestanti inaugurarono la modernità industriale con la loro industriosità assoluta, il loro duro lavoro e il loro senso di abnegazione. Questi volevano migliorare se stessi e il mondo che li circondava senza però sapere con chiarezza verso quali obiettivi puntare. Piuttosto, il loro impegno era ammantato dal concetto mistico della “vocazione divina”.

Proprio come noi, i protestanti avevano solo un’idea molto vaga della direzione in cui si erano avviati ed è possibile che, se avessero conosciuto i risultati dei loro sforzi, non li avrebbero trovati di loro gradimento. Per dirla semplicemente, non erano in grado di vedere il futuro che stavano costruendo. Oggi che la “gabbia d’acciaio” della modernità industriale si sta sgretolando, torna ad affermarsi nuovamente un’esperienza simile di modernità industriosa.

Per certi versi, il ritorno della modernità industriosa è un fatto culturale. È il risultato del successivo smantellamento delle narrative grandiose che hanno caratterizzato la modernità industriale – come, per esempio, il comunismo, la democrazia liberale o la società di consumo – oltre che dei movimenti sociali che le hanno ispirate. Tuttavia, la modernità industriosa è supportata anche da una particolare condizione materiale. La vita nella modernità industriale era forse alienante e noiosa, una vita per specialisti senza spirito, edonisti senza cuore, come scrisse Weber nelle pagine finali del suo saggio su L’etica protestante.

Tuttavia, la sicurezza esistenziale dei singoli era in un certo senso protetta. Gli individui potevano dedicarsi al proprio lavoro d’impresa fiduciosi del fatto che, in qualche modo e nel grande disegno delle cose, il loro lavoro era importante e contribuiva a una causa più grande di loro.

Quando queste narrative grandiose sono evaporate, la natura “di merda” di molti lavori d’impresa divenne evidente. E infatti, David Graeber, che ha coniato l’espressione bullshit jobs (ossia, “lavori di merda”), suggerisce che circa il 40% dei lavoratori in posizioni manageriali di livello intermedio in settori come le pubbliche relazioni, le risorse umane, la gestione del marchio o la consulenza finanziari sostiene che il proprio lavoro sia “senza senso”.

Al momento, molti rifuggono da questi lavori, se possibile. Inoltre, sempre più persone vengono espulse dai lavori d’impresa a causa di esuberi oppure perché le loro mansioni sono state esternalizzate e quindi devono a cominciare a lavorare come freelance oppure, infine, perché non sono nemmeno riusciti a mettere i primi passi nel mondo del lavoro nonostante i costosi titoli di studio universitari conseguiti. Tutti questi emarginati devono affrontare direttamente le minacce esistenziali poste da una simile esistenza precaria. Costoro devono sopravvivere in una situazione intermedia, fra una realtà di disoccupazione e la sicurezza di un lavoro stabile. “Cambiare il mondo” è la politica – o, forse, l’inconscio politico – che risulta da tale precarietà.

È un modo per convincersi, a torto o a ragione, che quanto si sta facendo è utile e che la propria esistenza ha senso. Anche le sette protestanti di cui parla Weber operavano in maniera non dissimile.

(continua)

Aggiunto da Carlo infante

  

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