(15.5.20) I wearable device e il Covid-19

(15.5.2020) Nei prossimi giorni si allenteranno sempre di più i cordoni della quarantena, torneremo lentamente a recuperare brandelli di normalità. Il distanziamento sociale (dovremmo cominciare a chiamarlo distanziamento fisico) diventerà una prassi a cui abituarsi e da seguire rigidamente, così come il monitoraggio puntuale ed immediato dei nuovi possibili contagi. Forse potremmo anche dire dei nuovi sicuri contagi. Il Covid-19 è qui per restare, non sparirà nelle prossime settimane, dovremo imparare a convivere con lui, sperando che si indebolisca, che venga trovata una cura efficace, un vaccino o tutte e tre le cose.

In questa nuova “normalità” che si sta via via configurando, le tecnologie giocheranno un ruolo sempre più importante per cercare di aiutarci a contrastare e controllare la diffusione di questo virus.

Abbiamo già parlato più volte dell’app Immuni e di tutti gli strascichi di polemica che si sta portando appresso.

Abbiamo anche già raccontato di come Google e Apple siano scese in campo per dotare i sistemi operativi dei nostri smartphone di funzionalità native per il contact tracing.

E proprio un dispositivo Apple torna di nuovo sotto i riflettori, come possibile aiuto anti Covid-19. Questa volta è grazie allo studio di alcuni ricercatori di Stanford, appena avviato, che si ripromette di verificare se l’ Apple Watch sia o meno in grado di rilevare la presenza del virus, o meglio i sui effetti. Questo dispositivo indossabile è in grado di tracciare parametri quali l’ ECG e la frequenza respiratoria (oltre a rilevare i movimenti, le cadute e tanto altro). Ora i ricercatori vogliono capire se incrociando queste informazioni è possibile determinare la presenza di un contagio.

Questa ricerca potrà avvalersi dei dati raccolti da volontari proprietari di Apple Watch, ma sta anche prendendo in esame altri dispositivi di questo tipo, come il Fitbit.

Già in passato gli indossabili Apple hanno contribuito a creare una enorme quantità di dati su cui i ricercatori hanno potuto effettuare analisi con un notevole livello di informazioni raccolte in brevissimo tempo. Tim Cook ha già più volte ribadito l’interesse della società di Cupertino, a dare un contributo alla ricerca grazie alle incredibili quantità di informazioni che i suoi dispositivi sono in grado di registrare ogni giorno da milioni di possessori. E si parla anche di future versioni degli auricolari wireless, gli AirPods in grado di rilevare temperatura ed altri parametri biometrici.

È inevitabile che questo tipo di dispositivi e app come il famigerato (e ancora sconosciuto) Immuni, possano sollevare polemiche e dubbi sulla pericolosità di un tracciamento così invasivo e personale. Il problema di chi gestisce questi dati, come abbiamo ricordato, è stato già affrontato e, inevitabilmente, tornerà sotto i riflettori appena l’app nostrana di contact tracing verrà finalmente rilasciata.

E ancora una volta ci dovremo chiedere quanto siamo disposti a mettere in gioco della nostra privacy per raggiungere un livello di (percepita?) sicurezza, in questo caso sanitaria.

Ma la tendenza è chiara, se nel passato i dati personali hanno rappresentato la “nuova moneta virtuale”, dati raccolti da app in modo più o meno lecito, o regalati gioiosamente al social network di turno, nel nuovo futuro mondo, le informazioni dovranno diventare ancora più personali e intime, i dati sanitari e biometrici saranno il tesoro su cui i produttori di device vorranno cercare di mettere le mani, o i sensori, e il modo migliore per farlo è, ancora una volta, convincerci a dare noi stessi questi parametri volontariamente e allegramente.

Se questo ulteriore livello di controllo rappresenti un pericolo per la nostra privacy o meno è una questione complessa che merita una analisi e una discussione approfondita, non va banalizzata o liquidata velocemente. Va detto però che, anche senza dare un giudizio di merito, è importante che ci sia una diffusa consapevolezza dell’esistenza di questi meccansimi.

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