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Il dilemma della rete unica. Senza infrastrutture adeguate saremo fuori dai giochi.


Carlo infante
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Rilanciamo un'importante di analisi di Piero de Chiara su centroriformastato.it a proposito del dilemma della rete unica come asset fondamentale per attivare quella trasformazione digitale che tanto auspichiamo e che viene finalmente messa in cima all'agenda delle priorità politiche, con qualche decennio di ritardo.

E' acuta nell'individuare non solo le solite criticità ormai ossidate dal tempo dello "spezzatino" Telecom che negli ultimi vent'anni ha visto svendere le potenzialità dell'infrastruttura pubblica della telecomunicazione  ma alcune opportunità su cui il nostro Paese può giocare una partita singolare. Si tratta di strategie applicative che vanno dal monitoraggio ambientale (in particolare la cura del patrimonio idrico e geologico su cui l'Italia è costantemente in emergenza) al lavoro creativo che ha visto il nostro Paese all'avanguardia ancora prima che arrivasse l'onda dell'innovazione digitale. Dopotutto siamo un mondo di pionieri anche se il sistema bolso e tardo depotenzia le spinte in avanti, ancorandole alla retroguardia paralizzata e passatista. Senza una rete all'altezza della situazione si rischia di rimanere fuori dai giochi: si subirà un avanzamento tecnologico eterodiretto senza agirlo.

 

La pandemia, che ha trasferito in rete molte attività, e il PNRR, che destina oltre 40 miliardi per la trasformazione digitale, hanno aggiunto carburante alla polemica sulla qualità e sulla proprietà della rete di telecomunicazione in Italia.

Non è una discussione nuova. Andrea Camilleri racconta ne “La concessione del telefono” le peripezie per ottenere l’istallazione di una linea telefonica alla fine dell’800 da parte di un piccolo commerciante “preso a mezzo tra lo Stato e la mafia”. In tempi più recenti la Sip e le altre tre società pubbliche che si contendevano lo spezzatino telefonico, sono state il terreno di scontro preferito tra le correnti democristiane e tra i boiardi. Le cose non sono migliorate con la privatizzazione del 1997, con i cui proventi Prodi pagò il biglietto di ingresso nell’euro. In 20 anni Telecom Italia (poi ribattezzata TIM) cambia 7 volte proprietà con cordate via via guidate da Fiat, Olivetti, Pirelli, banche, spagnoli, francesi, americani. In questo arco di tempo il debito supera di una volta e mezzo il fatturato, gli investimenti si riducono, i dipendenti da 120.000 diventano 50.000. I dividendi per gli azionisti restano alti nel primo decennio, per poi scendere fino ad annullarsi.

I concorrenti di TIM, pur rappresentando sommati tra loro più della metà degli abbonati alla banda larga, nella maggior parte dei casi affittano dall’operatore storico il doppino di rame che entra nelle case. Regole e prezzi di questo affitto danno spazio a sterminati contenziosi, multe e risarcimenti. L’intero sistema della rete fissa quindi dipende da Telecom Italia, tranne che nelle aree più ricche e popolate, dove anche i concorrenti hanno previsto loro investimenti in banda ultralarga. L’Enel e Cassa depositi e prestiti hanno quindi costituito Open Fiber una società che cinque anni fa si è aggiudicata 1,4 miliardi di finanziamenti pubblici per portare la fibra a casa nelle altre aree. Il fatto che Open Fiber, diversamente da TIM, non possiede vecchi doppini in rame e non ha rapporti diretti con i clienti finali, dovrebbe eliminare ogni incentivo a ostacolare i concorrenti e l’innovazione.

Le difficoltà di TIM da una parte, i ritardi di Open Fiber dall’altra hanno riacceso la discussione sulla utilità di riunificare la rete. Intanto l’indice Desi che misura la digitalizzazione dell’economia e della società e ci colloca anche quest’anno al quart’ultimo posto tra i paesi europei.

Sul modo per dotare l’Italia di una rete di telecomunicazione adeguata, il governo Draghi sembra avere idee diverse rispetto a quelli Conte, Gentiloni e Renzi, ciascuno dei quali si era inventata una formula diversa, ma sempre basate su iniezioni progressive di capitali pubblici per condizionare gli equilibri tra azionisti privati, particolarmente litigiosi nel settore. Con il risultato che si è fatta molta ammuina e un discreto casino e si sono rallentati gli investimenti di tutti gli operatori. Anche se non ci è mai stato un dibattito parlamentare, la (pen?)ultima formula prevedeva la creazione di una nuova società con le reti di TIM (privata) e di Open Fiber (pubblica) con maggioranza 50,1% di TIM. Il progetto piaceva agli azionisti di TIM e, pare, anche ai sindacati. Non ai concorrenti, all’Enel e alla Commissione europea, che ha fatto sapere informalmente che una futura società che gestisca questa rete unica non può essere controllata da una società che vende anche servizi agli utenti finali. Ma gli azionisti di TIM hanno bisogno di avere la maggioranza per consolidare in bilancio la rete, a fronte dei 30 miliardi di debito dell’ultimo bilancio. Piuttosto che cedere la maggioranza della futura società sono disposti a cedere a Cassa depositi e prestiti, cioè allo Stato, il controllo di TIM e i debiti.

Mentre si discettava di questo costoso ritorno di capitali pubblici (che in altri tempi avremmo chiamato privatizzazione delle perdite) il governo Conte 2 aveva spinto una recalcitrante Enel a vendere a un fondo privato australiano, il suo 50% di Open Fiber; anzi un poco meno per consentire a CDP di negoziare con TIM maggioranza e governance.

Il nuovo governo fa invece filtrare prime vaghe indiscrezioni (solo in inglese sull’agenzia Bloomberg), che parlano invece di un piano concentrato su Open Fiber o su co-investimenti per le aree a fallimento di mercato.

Ma davvero la rete unica (pubblica o privata che sia) è la strategia risolutiva per accompagnare una politica industriale del paese?

Nessun paese industriale avanzato (ad eccezione di Singapore e del Qatar) ha creato una rete unica. Tutti hanno scelto la concorrenza, certo in molti casi favorita dall’utilizzo per la banda ultralarga della tv via cavo, che l’Italia non costruì per l’opposizione della SIP e della Rai (non sempre lo Stato è innovatore). In Scandinavia c’è un interessante modello di rete uniche, ma su scala metropolitana e che non vendono agli utenti finali, ma a operatori in concorrenza. L’esperienza di Open fiber è controversa: all’inizio ha certo stimolato gli investimenti, soprattutto nelle aree bianche, finanziate dallo Stato e in quelle nere, le più appetibili; ma non nelle aree grigie, non finanziate né dallo Stato né dalla domanda privata.

Questo è il punto. Il problema dell’Italia non è sul lato dell’offerta, ma della domanda. Perché offrire la fibra è necessario, ma non sufficiente se pochi si abbonano. Viceversa se c’è una domanda pagante consistente, qualsiasi operatore, pubblico o privato, ha interesse a investire.

In attesa della banda ultralarga in fibra, guardiamo a quanto succede con la banda larga, che usa il doppino di rame dalla centralina alla casa. La copertura in banda larga è quasi universale e allineata agli altri paesi europei, ma il 40% delle famiglie italiane, teoricamente coperte, non è abbonato a nessun servizio. È una percentuale pessima, una spaccatura sociale più che doppia delle medie europee e solo in minima misura giustificabile con fattori quali la più alta età media, la propensione all’uso del mobile, la scolarizzazione, l’orografia, lo scarso utilizzo di open data. Anche l’alfabetizzazione informatica mi sembra una falsa pista, perché internet non si impara a scuola. Persino il reddito non spiega una classifica che ci vede dietro al Portogallo, alla Romania e alla Slovacchia. Quindi neanche i voucher per le famiglie meno abbienti, pur doverosi, risolveranno questo divario.

C’è quindi un problema nella domanda privata italiana correlato forse con la propensione al risparmio, forse con la preferenza per altri consumi. Qualcuno ha scritto che il passaggio del calcio dal satellite alla rete, costituirà la spinta decisiva per la domanda di connessione; ma via! Si tratta di appena un milione e mezzo di abbonati Sky, quasi tutti già abbonati alla banda larga. TIM, che ha investito 340 milioni, potrà recuperare quote di mercato nel segmento alto-spendente, in cui è debole e che Sky improvvidamente voleva insidiare; ma per il digital divide non cambia nulla. Non è stata Netflix e non sarà Dazn a regalarci la scorciatoia per un problema complesso.

Si può invece integrare una domanda privata delle famiglie in ritardo cronico e forse strutturale, con domanda aggregata costruita intorno a iniziative di politica industriale su cui l’Italia ha la possibilità di essere tra le economie più avanzate e innovative. Perché nella nuova divisione internazionale del lavoro, oltre a inseguire i ritardi, oltre a diventare fornitori di filiere dirette da altri paesi (come il Nordest riesce a fare con la meccanica tedesca), occorre coordinare e concentrare ricerca, sviluppo, incentivi pubblici su alcuni settori in crescita, tecnologicamente dinamici e in cui si ha la possibilità, anche per le specificità nazionali, di diventare protagonisti se non leader mondiali.

Accenno a quattro esempi.

1. Il monitoraggio e la cura del patrimonio idrico e geologico. Nel prossimo decennio il patrimonio di dati e di potenza di calcolo, che oggi è conservato in enormi server centrali, sarà invece distribuito sul territorio. Si parla molto di intelligenza artificiale applicata alla mobilità autonoma o assistita, su cui USA, Giappone, Cina e Germania stanno investendo cifre per noi irraggiungibili. Ma miliardi di sensori saranno distribuiti e messi in rete anche per monitorare, studiare e curare il territorio, le faglie acquifere gli acquedotti. In questo settore ricerca, sviluppo e investimenti sono molto più acerbe e l’Italia è un laboratorio straordinario, per la sua conformazione e, purtroppo, fragilità e dissesto.

2. L’agricoltura di precisione. Qui la ricerca mondiale si è concentrata su soluzioni per coltivazioni intensive e allevamenti di grandi proporzioni, che qualche nostro ex ministro di buona volontà, ha cercato di adattare a una struttura imprenditoriale molto frammentata, orientata all’ortofrutticolo e ben distribuita tra nord, centro e sud. La messa in rete dei sensori e dei diffusori di acqua e fertilizzanti cambia il paradigma di questo settore molto promettente, e può produrre soluzioni adatte alla imprenditoria italiana ed esportabili nel mondo.

3. I luoghi del lavoro di ufficio. Il CRS e il Forum Diseguaglianze e Diversità hanno avanzato una proposta di Officine territoriali, ripresa da alcune Camere del lavoro e associazioni di cittadinanza attiva. Non c’è solo l’alternativa tra il lavoro da casa o il ritorno nel vecchio ufficio con ore di pendolarismo. Lo slogan della città in quindici minuti, non significa solo negozi, servizi e luoghi di svago raggiungibili a piedi o in bicicletta, ma anche luoghi per lavorare aperti a lavoratori dipendenti pubblici e privati e a lavoratori autonomi e nomadi. In passato l’Italia ha inventato architetture del lavoro che poi sono stati studiati e adottati all’estero. Senza andare troppo in là nel tempo, si pensi al dibattito mondiale sui distretti industriali italiani, fondati su relazioni territoriali forti, più efficienti dei modelli individualizzati o centralizzati. Oggi è possibile pensare un modello molto più granulare e dotato di reti di telecomunicazione facilmente scalabili. In un decennio la Commissione UE ha fissato obiettivi passando da 8 mega, a 30 a 100 e ora parla di Gigabyte. Il servizio universale non sarà mai uguale per tutti nelle case private; ma deve esserlo in un luogo vicino alla propria abitazione e dotato di connettività sufficiente per qualsiasi esigenza futura.

4. Il lavoro creativo. L’Italia non è solo il principale giacimento di beni culturali del mondo, ma anche di mestieri che con grandi difficoltà si raccordano con le nuove piattaforme di distribuzione dell’industria creativa. Più che una nostra piattaforma distributiva (con i migliori auguri alla Rai e alla nascente ITsArt, è difficile immaginarle competitive con Netflix, Amazon prime e Disney plus) occorrono reti di comunicazione che connettano con la massima qualità le nostre maestranze con i nuovi modi di produzione dell’industria dell’immaginario. Si pensi non solo alla risoluzione di immagine e sonoro, ma anche alle stampanti 3D per costumi e scenografie.

Si possono approfondire questi esempi o proporne altri. Ma non si può sperare che una strategia della offerta di connettività da sola ci porti a essere competitivi e a salvare posti di lavoro.

(continua)

1 Risposta
Vincenzo-Fischetti
Post: 1
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Registrato: 4 settimane fa

In Italia non è esistita una vera concorrenza. Molti imprenditori privati si sono fatti foraggiare dallo Stato. Le cosiddette privatizzazioni hanno sortito troppo spesso effetti nefasti. Una fra tutte: Alitalia. Purtroppo.

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