Fallire è come un tuffo, il problema semmai è l’atterraggio

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Leggendo questo testo di Filippo Barbera su Il Manifesto (grazie all’assist di Saverio Massaro, ottimo scrutatore di segnali dall’orizzonte web) mi è scattato qualcosa in testa. Condivido in pieno l’affermazione allargare il perimetro dell’innovazione, disaccoppiandolo dalla logica dell’eccellenza, dando a tutti la possibilità di sperimentare senza l’obbligo morale di perseguire il successo. Credo infatti che sia decisivo, proprio in questa fase in cui si tratta del riavvio di un sistema Paese sfasato, redistribuire il potere di innovare che fa il paio con un ragionamento che avevo imbastito già nel 1996 quando al Salone del Libro di Torino curai il progetto “Il futuro digitale” (con un convegno nazionale e un’area di 100 metri quadri tutta di cartone con computer mimetizzati su cui giravano ipertesti realizzati con i bambini delle scuole piemontesi). Suonava così: il futuro è già qui…è solo mal distribuito, come la ricchezza. Va redistribuito. Dopotutto RiavviaItalia è nata per questo, per impugnare il nostro destino e giocarcelo, ragionandoci su, nel confronto connettivo, su piattaforme autogestite e non i soliti social. Senza paura di fallire, anche perché questa parola significa anche tuffo, caduta che, come ci ricorda l’incipit strepitoso del film di Kassowitz, non è il problema, semmai lo è l’atterraggio.

 

Il fallimento è legato a doppio filo al concetto di colpa e inganno, da una parte, e a quello di accidente, inciampo e caduta, dall’altra. Colpa e accidente, responsabilità individuale e contingenza esterna. In questa duplicità, dal diritto romano, all’affermarsi della figura dell’artigiano-commerciante, fino all’imprenditore, al banchiere e alla legislazione moderna e contemporanea, lo stigma del fallimento come colpa individuale non viene mai meno.

Giacomo I con il The British Bankruptcy Acts del 1623, sostiene che i falliti dovevano essere messi alla gogna, con successiva mutilazione di un orecchio, se non erano in grado di provare che il fallimento era dovuto a cattiva sorte. In America nel periodo coloniale si diffuse la codificazione anglosassone e la percezione che il fallito fosse sempre un criminale e un ladro. Schuld, in tedesco, significa sia peccato sia debito.

Non è un caso che in Italia sia necessario attendere il 2017 (legge 155 del 19 Ottobre) per la sostituzione del termine “fallimento” con quello di “liquidazione giudiziale”, come già proposto dalla Commissione Trevisanato nel 2001-2003. Lo stigma sociale che accompagna il fallimento, però, è tuttora ben presente e radicato nella nostra società. Con il paradosso che ci si lamenta della scarsa capacità innovativa e propensione all’imprenditorialità degli italiani, senza preoccuparsi dello stigma che accompagna il fallimento.

“Non ce l’ha fatta”, “quella scuola è troppo difficile per lei”, “che idea balzana, solo lui ci credeva”: fallire è ancora un tabù culturale. Ma non per tutti e indipendentemente dall’appartenenza di classe: il figlio un po’ svogliato di un buon professionista viene sostenuto dalla famiglia anche se non va bene a scuola, o se fallisce sul mercato. Il figlio di un operaio, o proveniente da una famiglia di ceto medio-basso, no; fallire per lui/lei non è un diritto.

A ciò si aggiunga che la “logica dell’eccellenza” che accompagna oggi la distribuzione delle risorse concentrandole su pochi attori – siano essi individui, istituzioni o territori – genera per complemento una “coda lunga” di esclusi. Se l’eccellenza è la regola, l’esclusione e il fallimento sono la normalità. Le competizioni basate sull’eccellenza creano strutturalmente una percentuale elevatissima di sconfitti. Anche per questa sovrapposizione tra innovazione ed eccellenza, la narrazione pubblica sul ruolo che gli innovatori svolgerebbero nelle nostre società assume spesso sfumature epiche.

Come moderni eroi, gli innovatori sono dipinti come individui rari e radicalmente diversi dal resto della popolazione. Un po’ come gli X-Men: mutanti dai poteri eccezionali. Pensiamo alla retorica che circonda, per esempio, figure come Steve Jobs e Jeff Bezos. Ma è, questa, una narrazione fuorviante: sono le caratteristiche dei contesti istituzionali, i regimi di competizione, i tipi di rendita e di conflitto sociale che guidano i processi innovativi: il potenziale innovativo è diffuso, non è il dono che gli Dei fanno a pochi eletti. Concentrare le risorse sui “pochi” comporta per definizione l’esclusione della maggioranza assoluta dei partecipanti.

Logiche dell’eccellenza del tipo “pigliatutto” sono quelle in cui modeste differenze nelle prestazioni (o anche impercettibili differenze nelle credenziali utilizzate per classificare/valutare le prestazioni) si traducono in differenze estremamente rilevanti nelle ricompense. In un mondo del genere, il “primo classificato” può guadagnare moltissimo, mentre il “secondo classificato” realizza molto meno. Il terzo, spesso, non prende nulla.

Il Recovery Plan non deve seguire questa logica. Deve, al contrario, dare voce al potenziale innovativo diffuso nella società, trasformando l’esperienza del fallimento in apprendimento individuale e collettivo, riconoscendo il ruolo degli “innovatori marginali”, lontani dai centri di potere e dallo story-telling dominante. Persone, organizzazioni e territori dissonanti, che introducono una nota diversa nella solita musica che siamo abituati ad ascoltare.

L’innovazione, il mantra delle nostre società, è un forma di potere e il Recovery Plan deve anzitutto redistribuire il potere di innovare. Non si tratta, quindi, di spingere il binomio fallimento-innovazione verso una retorica vuota importata acriticamente dagli Stati Uniti: “fail fast, fail foward, fail often, fail better”, come se tutti quanti fossimo start-upper motivati dalla ricerca dell’innovazione e del successo.

Il Recovery Plan può viceversa rappresentare l’occasione per allargare il perimetro dell’innovazione, disaccoppiandolo dalla logica dell’eccellenza, dando a tutti la possibilità di sperimentare senza l’obbligo morale di perseguire il successo. L’innovazione come possibilità e il fallimento come diritto, senza che il successo sia una obbligazione morale.

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  • Aggiungerei anche che nel mondo anglosassone (un po’ dopo l’editto di Giacomo I evidentemente) il “fallire” in ambito lavorativo e imprenditoriale, è più associato al concetto di “aver fatto esperienza”, da noi assume il valore di stigma negativo.

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