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    Carlo infante pubblicato nel gruppo Trasformazione Digitale

    1 mese, 3 settimane fa

    Sto ragionando su quanto sia importante
    contemplare la #TrasformazioneDigitale in quanto #BeneComune.
    E’ una considerazione che va ben oltre il #dato, ovvero:
    l’ #informazione è il suo valore aggiunto (personale, identitario, giurisprudente, sociale e culturale) e ciò è reso dalla sua
    distribuzione che oggi è fondamentalmente nel web.
    Dopotutto parto dai termini usati da Stefano Rodotà (l’ultima sua frase, in questo link, è emblematica)

    Se dovessi indicare la Trasformazione digitale in quanto #benecomune andrei a sottolineare questi aspetti:
    web come spazio pubblico, net neutrality (per evitare le discriminazioni di accesso da parte degli internet provider),
    inviolabilità delle identità digitali, diritti delle persone sulle piattaforme, interoperabilità, open data, controllo pubblico sul
    governo della Rete, innovazione adattiva: perché la trasformazione digitale non delinei un futuro eterodiretto…

    Vorrei stilizzare, precisare, vediamo chi mi dà una mano

    aggiungerei:
    mappe per rilevare i cambiamenti nei territori; condizioni abilitanti capaci di sollecitare proattività ed engagement
    attraverso piattaforme partecipative tese a qualificare l’intelligenza connettiva; …

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    4 Commenti
    • Le ultime righe scritte da Rodotà e che trascrivo qui sotto (sotto una linea orizzontale di separazione dal testo precedente) sono essenziali per capire che stiamo per varcare “il Rubicone”!

      L’affermazione più pesante di Rodotà è quando ricorda che le REGOLE non sono promulgate, come dovrebbero, da un’istituzione pubblica (ora alcuni politici chiedono di inserire Internet nella Costituzione italiana) ma sono emesse da organizzazioni private! E la parola “democrazia”, applicata alla informazione, perde di significato, perchè sottratta al valore del “bene comune” e immessa nel tritacarne dell’interesse privato o di singole persone.

      Le mie riflessioni nascono da alcune esperienze nel mondo digitale che sono state:

      A. la guida per quasi 5 anni di un social network che ha toccato 8.000 iscritti (dal 2009 al 2014): ho dovuto gestire alcune conflittualità, veramente sgradevoli e complesse, in quanto le regole erano carenti e ci conducevano a decisioni troppo lente e con percorsi indefiniti;

      B. il dibattito, interno ad una associazione di professionisti dell’innovazione, sui significati che stiamo attribuendo a parole come: dato, informazione, digitale, virtuale… Volevamo capire la relazione tra due mondi: il mondo fisico degli atomi (in cui la cui condivisione di significati NON è peraltro ancora adeguata !) e il mondo dei bit, in cui la condivisione è minima oppure origina dibattiti e non dialoghi. Insomma siamo ancora distanti dal condividere che cosa sia il mondo digitale e come si passi dal mondo fisico (detto anche “in presenza”) al mondo digitale (detto anche “da remoto”);

      C. la traduzione di percorsi e metodi, generati in un mondo fisico e in presenza, portandoli in un mondo digitale in remoto, ove le persone sono chiuse in “bolle individuali”: è fattibile? È fattibile senza perdere significati o stravolgere i significati…tanto da NON poter confrontare le due esperienze? Il tema cruciale è, detto con altre parole, questo: in un mondo fisico la comunicazione e l’interazione coinvolgono mente-cuore-corpo degli attori, cioè delle persone nella loro unitarietà, in relazione agli altri; questa integrazione costituisce di fatto un intervento in parallelo di diverse componenti delle persone, mentre quando voglio giocare le stesse parti nel mondo digitale ogni individuo viene isolato e la connessione con gli altri diventa molto più difficile e spesso impossibile.

      Che cosa fare ? Anzichè scrivere “ai posteri l’ardua sentenza” scriverò la seconda puntata, a breve, ipotizzando qualche soluzione!

      • il punto, Renzo, è che in questi ultimi due decenni è stato clamorosamente sottovalutato l’impatto del digitale nella vita di tutti.
        Con i social network, facebook in particolare, tutto è tracimato, coprendo di rumore informativo e automatismi pervasivi, le relazioni sociali in line. Ma non si tratta di fare dietrologia bensì rendersi conto di ciò che non si è fatto per iniziare a farlo, meglio e alla svelta.
        Per me concepire la Trasformazione Digitale come un Bene Comune significa cercare di riequilibrare il dominio delle major private con una coscienza pubblica nella gestione dei propri dati, contemplandoli come un’estensione sia delle proprie soggettività sia delle comunità, sviluppando una consapevolezza d’uso di piattaforme web autoprodotte come espressione delle identità e delle differenze. Serve quindi un’attenzione pubblica, a partire dal mondo della scuola, nell’individuare soluzioni open source, per mantenere un buon livello di autonomia dai modelli predefiniti di comunicazione. Andrebbe promossa una campagna, una Call for Action, per sostenere iniziative funzionali all’auto-organizzazione delle comunità, qualificando l’interazione tra web e territorio.

    • “web come spazio pubblico, net neutrality (per evitare le discriminazioni di accesso da parte degli internet provider), inviolabilità delle identità digitali, diritti delle persone sulle piattaforme, interoperabilità, open data, controllo pubblico sul governo della Rete, innovazione adattiva: perché la trasformazione digitale non delinei un futuro eterodiretto…” Queste sono condizioni imprescindibili per ragionare di web come spazio pubblico, la risposta è nella tecnologia delle blockchain. da qualche giorno, quasi tutti i browser, aprono gli indirizzi. crypto e .zil. Il web 3.0 è già iniziato e garantisce tutti gli elementi sopra riportati.

      • certo ma pens a quanto possa essere inquietante per chi non ha ancora compreso il fatto che nel web c’è vita reale e transazioni concrete, un passaggio verso la blockchain che bypassa il sistema interbancario…