Ripeschiamo dal blog di Alfonso Pascale un’importante riflessione su Next Generation EU e cibo. Un’analisi che ci conferma quanto questa pandemia sia stata utile a rivelarci l’insostenibilità di alcune politiche come quelle agricole. Dopotutto apocalisse significa questo: rivelazione. Ma noi ripetiamo il nostro mantra benevolo: non è mai troppo tardi. Per cui ci poniamo in ascolto delle voci più autorevoli che in vari campi stanno avviando una critica attiva in grado di riavviare un sistema inceppato. L’ambito agricolo è fondamentale: è inscritto nel principio di autoregolazione tra noi e la natura e ci rifornisce di cibo che è una delle cose più importanti che ci siano.

Il 20 maggio scorso, sono state pubblicate due Comunicazioni della Commissione Europea che influenzeranno enormemente la politica agricola dei prossimi anni. La prima è intitolata «Una strategia “Dal produttore al consumatore” per un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente». E l’altra «Strategia dell’Ue in favore della biodiversità verso il 2030. Riportare la natura nelle nostre vite». Entrambi questi documenti contribuiscono a definire le azioni che dovranno orientare la transizione dell’agricoltura europea verso l’obiettivo  del Green Deal Europeo: «rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050 definendo una nuova strategia di crescita sostenibile e inclusiva per stimolare l’economia, migliorare la salute e la qualità della vita delle persone, prendersi cura della natura e non lasciare indietro nessuno».  Un obiettivo condivisibile che allinea le politiche dell’Unione Europea agli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda Onu 2030. Entro settembre 2020 la Commissione presenterà un piano degli obiettivi climatici per il 2030, volto a modificare al rialzo l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra portandolo al 50 % o al 55 % rispetto ai livelli del 1990.

Nel primo documento della Commissione (“Dal produttore al consumatore”) si afferma: «La pandemia di Covid-19 ha sottolineato l’importanza di un sistema alimentare solido e resiliente che funzioni in qualsiasi circostanza e sia in grado di assicurare ai cittadini un approvvigionamento sufficiente di alimenti a prezzi accessibili. Ci ha inoltre reso estremamente consapevoli delle interrelazioni tra la nostra salute, gli ecosistemi, le catene di approvvigionamento, i modelli di consumo e i limiti del pianeta». Si riconoscono i risultati già conseguiti finora e si indicano le lacune da colmare: «I prodotti alimentari europei costituiscono già uno standard a livello globale, sinonimo di sicurezza, abbondanza, nutrimento e qualità elevata. Questo è il risultato di anni di politiche dell’UE volte a proteggere la salute umana, degli animali e delle piante ed è frutto degli sforzi di agricoltori, pescatori e produttori del settore dell’acquacoltura. I prodotti alimentari europei dovrebbero ora diventare lo standard globale anche in materia di sostenibilità. […] Il settore agricolo dell’UE è l’unico grande sistema al mondo ad aver ridotto le emissioni di gas a effetto serra (del 20 % dal 1990). Tuttavia, anche all’interno dell’UE, questo percorso non è stato lineare né uniforme tra uno Stato membro e l’altro. Inoltre la produzione, la trasformazione, la vendita al dettaglio, l’imballaggio e il trasporto di prodotti alimentari contribuiscono significativamente all’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua e alle emissioni di gas a effetto serra, oltre ad avere un profondo impatto sulla biodiversità. Sebbene la transizione dell’UE verso sistemi alimentari sostenibili sia iniziata in molte aree, i sistemi alimentari restano una delle principali cause dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale».

 

Luci ed ombre delle proposte per la transizione verde dell’agricoltura

Mentre molte indicazioni contenute nelle citate Comunicazioni sono largamente condivisibili, sorprendono affermazioni come questa: «La Commissione intraprenderà azioni ulteriori per ridurre, entro il 2030, l’uso e il rischio complessivi dei pesticidi chimici del 50 % e l’uso dei pesticidi più pericolosi del 50 %». E ancora: «La Commissione presenterà un piano d’azione sull’agricoltura biologica. Ciò aiuterà gli Stati membri a stimolare la domanda e l’offerta di prodotti biologici, garantirà la fiducia dei consumatori e promuoverà la domanda mediante campagne promozionali e appalti pubblici verdi. Questo approccio contribuirà a raggiungere l’obiettivo di almeno il 25 % della superficie agricola dell’UE investita a agricoltura biologica entro il 2030 e un aumento significativo dell’acquacoltura biologica». Se si guarda attentamente la letteratura scientifica sull’impatto ambientale dell’agricoltura, si constata che i sistemi biologici non sono più sostenibili degli altri sistemi agricoli. I sistemi biologici sono stati confrontati in più casi a sistemi convenzionali e il risultato è che, in media, il biologico non impatta meno del convenzionale. Anzi, talvolta impatta anche di più. Inoltre, i prodotti biologici non sono nemmeno più salubri di quelli convenzionali. E l’altro elemento di cui bisogna tener conto è che i sistemi di produzione biologica richiedono più superficie per unità di prodotto. Ciò significa che per sfamare lo stesso numero di persone occorre più spazio da sottrarre alle foreste. Una condizione in stridente contrasto con la previsione contenuta nella Comunicazione “Biodiversità” di aumentare le aree protette dell’Ue ad almeno il 30 % al 2030 e di sviluppare un piano di ripristino degli ecosistemi.

Le citate Comunicazioni della Commissione non fanno alcun cenno a queste criticità del biologico. Non si può annunciare di voler combattere la deforestazione e il degrado forestale a livello globale e, nello stesso tempo, incentivare un aumento cospicuo delle superfici coltivate con sistemi biologici. Siamo dinanzi a plateali contraddizioni.

È estremamente positiva l’attenzione riposta dalla Commissione alla ricerca e all’innovazione (R&I)  come «fattori chiave per l’accelerazione della transizione verso sistemi alimentari sostenibili, sani e inclusivi dalla produzione primaria al consumo». È del tutto sottoscrivibile la seguente indicazione: «Tutti gli agricoltori e tutte le zone rurali devono disporre di una connessione Internet veloce e affidabile. Quest’aspetto è un fattore chiave per l’occupazione, le attività economiche e gli investimenti nelle zone rurali, nonché per il miglioramento della qualità della vita in ambiti quali l’assistenza sanitaria, l’intrattenimento e l’e-government. L’accesso a Internet veloce a banda larga renderà inoltre possibile la diffusione dell’agricoltura di precisione e l’uso dell’intelligenza artificiale e permetterà all’UE di sfruttare appieno la sua leadership mondiale nel campo della tecnologia satellitare. In ultima analisi ciò porterà a una riduzione dei costi per gli agricoltori, a un miglioramento della gestione del suolo e della qualità dell’acqua, a una riduzione dell’uso dei fertilizzanti e dei pesticidi e delle emissioni di gas a effetto serra, a un miglioramento della biodiversità e alla creazione di un ambiente più sano per gli agricoltori e i cittadini. La Commissione intende accelerare la diffusione di Internet veloce a banda larga nelle zone rurali per raggiungere l’obiettivo di un accesso del 100 % entro il 2025».

Ma desta enormi perplessità, in documenti che affrontano la sostenibilità dell’agricoltura, la sottovalutazione delle tecnologie genetiche. Per potenziare le rese agricole e, nello stesso tempo, contenere l’espansione delle superfici coltivate e conservare gli ecosistemi, è necessario puntare sulle biotecnologie applicate all’agricoltura. La condivisibile preoccupazione manifestata dalla Commissione per la resilienza dei sistemi di approvvigionamento alimentare e la conseguente indicazione di dotare l’Unione Europea di una riserva per disporre di un piano di emergenza da attuare in tempi di crisi e così garantire la sicurezza dell’approvvigionamento alimentare, dovrebbero indurre a favorire azioni per accrescere la produttività agricola.

Anche se l’approvvigionamento alimentare in generale è stato sufficiente, questa pandemia ha comportato molte sfide, quali le interruzioni a livello logistico delle catene di approvvigionamento, le carenze di manodopera, la perdita di alcuni mercati e il cambiamento dei modelli di consumo, che hanno avuto ripercussioni sul funzionamento dei sistemi alimentari. Si tratta di una situazione che non ha precedenti, senza contare che la filiera alimentare è ogni anno alle prese con minacce sempre più gravi e frequenti, quali siccità ricorrenti, inondazioni, incendi boschivi, perdita di biodiversità, nuovi organismi nocivi e malattie emergenti. La prospettiva di una sostenibilità alimentare non può non tener conto di questo quadro d’insieme e contemplare decisioni coraggiose nel campo delle biotecnologie agrarie.

Nella Comunicazione “dal produttore al consumatore” si afferma: «Le nuove tecniche innovative, compresi le biotecnologie e lo sviluppo di bioprodotti, possono contribuire ad aumentare la sostenibilità, a condizione che siano sicure per i consumatori e l’ambiente apportando al tempo stesso vantaggi alla società nel suo complesso. Tali tecniche possono inoltre accelerare il processo di riduzione della dipendenza dai pesticidi. In risposta alla richiesta degli Stati membri, la Commissione sta effettuando uno studio che esaminerà il potenziale delle nuove tecniche genomiche per migliorare la sostenibilità lungo la filiera alimentare». Si tratta di considerazioni molto generiche, prive di indirizzi e orientamenti operativi. Nemmeno quando viene sottolineata l’esigenza di «ridurre la dipendenza da materie prime per mangimi critiche (ad esempio soia coltivata su terreni disboscati) promuovendo le proteine vegetali coltivate nell’UE», si prende in considerazione l’assurdità di importare dall’America Latina prodotti proteici Ogm, mentre tali coltivazioni sono vietate in paesi, come l’Italia. Un paradosso che si regge su di una movimentazione dannosa di materie prime per mangimi anche per quanto riguarda le emissioni di CO₂ dovute al trasporto.

Un altro passaggio della Comunicazione “Dal produttore al consumatore” da valutare attentamente è riferito alla manodopera agricola e alle sue criticità: «La pandemia di Covid-19 ci ha anche reso consapevoli dell’importanza del personale critico, ad esempio i lavoratori del settore agroalimentare. Per questo sarà particolarmente importante attenuare gli impatti socioeconomici sulla filiera alimentare e garantire che i principi chiave sanciti dal pilastro europeo dei diritti sociali siano rispettati, specialmente per quanto riguarda i lavoratori precari, stagionali e non dichiarati. Le considerazioni sulla protezione sociale e sulle condizioni lavorative e abitative dei lavoratori, come pure sulla tutela della salute e della sicurezza, rivestiranno un ruolo fondamentale nella costruzione di sistemi alimentari equi, solidi e sostenibili». Sono del tutto encomiabili gli impegni della Commissione a voler combattere i fenomeni di illegalità e di sfruttamento dei lavoratori in alcune aree agricole europee. Fenomeni che si presentano a volte nelle forme ripugnanti  del caporalato e del controllo mafioso. Ma stupisce la mancanza di approfondimento sulla stretta correlazione che esiste tra una presenza così diffusa di manodopera stagionale in agricoltura e una carenza di innovazione, specie in quegli ambiti della meccanizzazione agricola che potrebbero restringere le esigenze di lavoro manuale per operazioni colturali, come la raccolta. Negli Stati Uniti si stanno sperimentando negli ultimi anni macchine raccoglitrici per gli asparagi, i mirtilli, le arance, le pesche, l’uva, le fragole. Da decenni i pomodori si possono raccogliere meccanicamente. Naturalmente, non tutto il lavoro agricolo manuale può essere sostituito da robot o macchine. Tuttavia, l’UE dovrebbe incoraggiare gli agricoltori europei a modernizzare le proprie aziende con gli ultimi sviluppi tecnologici.

(continua)

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