Si sta costituendo la Rete permanente per i Beni Comuni, la conversione ecologica e le generazioni future. Dopo una prima assemblea nazionale, svolta a Messina nell’ottobre scorso, è in corso una fase di progressiva adesione, articolata su un confronto connettivo che si svilupperà fino al prossimo aprile, sulla base di un manifesto da cui distilliamo alcuni concetti cardine.

I Beni Comuni esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e dei doveri di solidarietà sociale, nonché al libero sviluppo di ogni persona. In senso allargato i beni comuni riguardano il capitale naturale (es. acqua, suolo e sottosuolo, aria), il patrimonio culturale e paesaggistico, le infrastrutture fondamentali per i cittadini, il capitale umano e la conoscenza (informazione, educazione, scuola, famiglia, comunità), il welfare, la qualità della vita nelle città, la giustizia e la tutela della privacy e dei profili digitali personali.

A fianco all’economia dello stato (statalismo) e quella del libero mercato (liberismo) la rete intende promuovere una nuova economia comunitaria a controllo diffuso, che sia sostenibile e generativa per le attuali generazioni, senza gravare sulla qualità della vita delle generazioni future e sugli ecosistemi.

Il sistema valoriale italiano ed in larga parte anche europeo è tradizionalmente comunitario (es. mutue, misericordie, forme di cooperazione e popolari). Si tratta di rigenerare la tradizione comunitaria per adeguarla ai nostri tempi e alle nostre sensibilità utilizzando anche l’innovazione dell’interconnessione digitale in modo funzionale all’interesse di molti e contenendo la leadership di pochi.

La Rete dei Beni Comuni intende presentarsi come una piattaforma per orientare l’agenda futura, rendere efficaci e trasparenti i processi partecipativi di democrazia diretta, utilizzare il diritto in modo strategico e contro-egemonico, proporre un nuovo paradigma nella gestione dei Beni Comuni anche come innovativa collaborazione pubblico-privato per il rilancio di settori fondamentali per la coesione sociale. Una rete intesa come processo costituente di una nuova sensibilità del bene comune, per una sostanziale inversione di rotta.

Una prima stesura del Manifesto si pone come opportunità di confronto, aggiustamenti e implementazioni, come quelle che intendiamo suggerire nel riconoscere la trasformazione digitale come bene comune in quanto innovazione di processo. E’ un bene immateriale, come la conoscenza e la memoria, e in quanto tale pervade la coscienza e determina emancipazione sociale e culturale, ovvero i processi fondanti la cultura dei beni comuni.

Il fatto è che la trasformazione digitale subisce il diretto condizionamento di major private, in buona parte statunitensi, per cui si rischia che il web non sia spazio pubblico, come da decenni affermiamo con Tim Berners Lee (uno degli inventori di quel protocollo web che scelse di non brevettare) e Stefano Rodotà, il giurista più lucido nel riconoscere i diritti di accesso al web come diritti universali (a tal punto da inserirli nella Costituzione). E’ quindi urgente (sono già passate quasi due generazioni) riconoscere questa innovazione di processo come un vero salto di paradigma (come se cambiasse la chiave di violino davanti al pentagramma evolutivo) per evitare che un’opportunità di emancipazione si possa rivelare come una deriva di controllo totale e inerzia data da automatismi psichici.

Nel forum che si collega a questo post per fare commentario raccogliamo i buoni argomenti mentre nel gruppo proviamo a creare una di quelle comunità tematiche che auspichiamo per dare senso a questa piattaforma-arcipelago.