Nell’ambito del settore alimentare le specificità nazionali e locali sono più consistenti, non soltanto per le ovvie differenze nella cultura e nelle abitudini alimentari, ma anche per il diverso rilievo che hanno, nei diversi paesi europei, le grandi catene di distribuzione.
Esse controllano comunque, in tutta Europa, la quota maggiore dei mercati alimentari nazionali. Il loro modello di business è, al tempo stesso, fragile e insostenibile. Si fonda sulla cattura dei ricavi dei fornitori, attraverso l’uso del potere commerciale: al fornitore vengono imposti prezzi d’acquisto decrescenti, minacciando di sostituirlo con un fornitore diverso – operazione agevole, quando le catene del valore sono fortemente disintegrate e disperse. Inoltre, l’accentramento delle quote di mercato nella grande distribuzione, con la conseguente realizzazione di grandi superfici di vendita, erode i sistemi alimentari locali.

La produzione locale probabilmente non potrà tornare a sostituire integralmente i sistemi alimentari transnazionali, ma può essere una parte importante di un’economia alimentare adeguatamente diversificata. Le amministrazioni regionali e locali possono avere un ruolo determinante nello sviluppo della produzione alimentare locale, elaborando sistemi di approvvigionamento alimentare sostenibile, articolati non soltanto intorno ai servizi di refezione collettiva (ad esempio nelle scuole, negli ospedali, nelle università), ma anche intorno a dispositivi di distribuzione ai privati. Esperimenti interessanti sono già iniziati in vari paesi (si veda ad esempio l’esperienza del Bristol Food Council). Ciò non toglie che sia opportuno al tempo stesso regolamentare in maniera più stringente le attività delle grandi catene. Esse sono certamente fra i principali candidati a una regolamentazione attraverso licenze sociali, che proponiamo al punto successivo. (Foundational Economy Collective)

(segnalazione di Vincenzo Fischetti)

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