Il walkabout di RiavviaItalia Live a Vicenza per ragionare sul performing media per reinventare lo spazio pubblico

23 Lug, 2020

Nuova tappa di RiavviaItalia Live a Vicenza, per ragionare su come una delle idee lanciate da questa piattaforma, il performing media, possa reinventare lo spazio pubblico. Lo abbiamo fatto con un walkabout, avviato subito dopo lo splendido silent play di Carlo Presotto che era intervento sulla piattaforma di RiavviaItalia, già ad aprile, con un suo progetto che sta a monte (nella scheda di “Rimettere in scena la città” vi si descrivono i presupposti) di questo evento che ha appena debuttato per la stagione teatrale estiva vicentina “Terrestri d’Estate”.

Abbiamo attraversato Vicenza ascoltando in radiocuffia  “Il Cielo sopra Vicenza”, sfidando la pioggia improvvisa di un temporale che ci ha regalato poi un arcobaleno. La regia (definita “cornice narrativa”) di Carlo Presotto è geniale nel gestire questo teatro di dentro più che quello di fuori: quello della rappresentazione correntemente detta. In questo silent play (un format messo a punto da anni da Presotto con La Piccionaia) non c’è infatti rappresentazione: è un teatro di ascolto, che rientra in ciò che definiamo da più di vent’anni performing media (di cui c’è un lemma Treccani), quell’ambito di ricerca che nasce nell’ambito della sperimentazione teatrale, dai tempi del videoteatro negli anni Ottanta e si sta evolvendo nell’interazione con i nuovi media, sempre più interattivi e mobili.  Ciò crea le condizioni abilitanti per cui lo spettatore camminando nella città più che vedere teatro in azione lo metabolizza, lo contempla nella sfera sensibile dell’ascolto, facendolo proprio come un principio attivo per porre attenzione alla città che gli scorre sotto i piedi. È come un enzima che catalizza i processi, invece che biologici, psicologici, scatenando una temperie emozionale interna, data la condizione immersiva dell’ascolto in radiocuffia. In questo silent play, inserito nel cartellone estivo “Terrestri d’estate” de La Piccionaia “Il cielo sopra Vicenza” più autori ( Anagoor, Sotterraneo, Massimiliano Civica e lo stesso Presotto) hanno costruito un proprio viaggio, ispirati alla suggestione degli angeli disoccupati del film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders. Il testo, che non è propriamente una drammaturgia ma una composizione evocativa, è stato composto a distanza, durante il lockdown, senza sopralluoghi, usando le mappe di Google. Ne risulta un gioiello perturbante, in cui l’astrazione evocativa (ricca di parabole, come quelle sufi) riesce a produrre empatia, cullata dalle sonorità elettroniche (che ricordavano i loop dell’harmonium di La Monte Young) di Andrea Cera. Solo all’inizio c’è dell’azione performativa (al di la del camminare ascoltando) e a compierla sono gli spettatori/attanti sollecitati dalla voce guida di Presotto che li invita ad indicare, a focalizzare l’attenzione, a disporsi in cerchio, secondo una modalità che ha fatto dei silent play degli straordinari dispositivi coscienziali, capaci di rendere più proattiva la cittadinanza attiva, come in “Sospesi” che tempo fa a Roma aveva creato un incredibile  happening davanti alla Metro C.

Alla fine del silent play “Il Cielo sopra Vicenza” s’è cambiato registro ed è partito a ruota un walkabout (in fondo trovi le tracce audio), promosso da RiavviaItalia Live (la piattaforma che da marzo ha riaggregato proposte e idee per il riavvio del Paese dopo la crisi pandemica) per trattare di come format di performing media come questi rappresentino una strategia evolutiva per ripensare lo spazio pubblico, usando i nuovi media, inventando nuove forme di prossimità sociale. Tra gli interventi quelli di Alessandro aka Ottodix Zannier, artista-musicista, autore di Entanglement, Umberto Pizzolato, ematologo ed esperto di gestione creativa dei conflitti e al telefono Diego Repetto, architetto esperto di Quinto Paesaggio , Oliviero Ponte di Pino e Anna Maria Maria Monteverdi, studiosi di teatro e nuovi media.

La conversazione nomade ha trattato di una prospettiva per il mondo della performance, rilanciando quella vocazione originaria che 2800 anni fa ha visto il teatro come “nuova tecnologia” per acquisire cognizione dello spazio pubblico, spianando la strada per l’attuazione della Polis, diffondendo l’alfabeto come medium in grado di attivare pensiero condiviso. Oggi uno dei nodi cruciali è fare in modo di usare le tecnologie per trasformarle in linguaggio, espandendo la nostra coscienza del mondo in transizione, creando le condizioni per attuare una innovazione adattiva. Facendo in modo che emerga non solo un valore d’uso ma una domanda creativa capace di orientare l’offerta tecnologica in modo tale da adattarsi al nostro desiderio evolutivo. Ci piace pensare che sia il mondo della performance ad essere protagonista di questa rivoluzione antropologica, lo ha già fatto. Sa come fare. Anche se in molti lo hanno dimenticato, basandosi sull’idea convenzionale di far parte del “comparto” dello spettacolo, come se si trattasse di un’azienda come altre. Il teatro è stato la prima scuola collettiva del mondo. Torni ad esserlo.

Aggiunto da Carlo infante

  

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